I social network e il fenomeno della “Facebook Jihad”

jihad_251-1.jpgMentre il mondo è impegnato a dibattere delle conseguenze di Wikileaks, emerge nuovo rischio cibernetico: i social network sono diventati uno spazio ideale per reclutare potenziali estremisti.  Potremmo chiamarla la “Facebook jihad”.

Lo scorso 4 gennaio, il governatore della provincia pakistana del Punjab, Salman Taseer, è stato ucciso da una delle sue guardie del corpo, Malik Mumtaz Qadri, il quale, nella sua confessione, ha indicato come movente la forte opposizione di Taseer alla legge nazionale sulla blasfemia. Nel giro di poche ore dall’omicidio è stata creata una pagina Facebook per il presunto killer, che, in un’ora, ha raccolto quasi 2000 fan: centinaia di persone hanno scritto, esprimendo ammirazione per l’assassino.

Mumtaz-Hussain-640x480.jpgAnche se la pagina è stata rimossa poco dopo, questo evento rappresenta un inquietante scenario emergente, nel quale i social network rappresentano uno strumento molto efficace per il proliferare della radicalizzazione, operando, oltretutto, in modo più rapido e meno controllabile di quanto possibile attraverso un sito web “normale”.

Un social network per la Jihad?

Negli ultimi anni gli estremisti islamici sono diventati sempre più attivi sui siti di social network, accessibili, spesso, da chiunque sia in possesso di una connessione internet. E se, da un lato, queste stesse reti sociali possono avere un ruolo fondamentale quando le autorità impongono un bavaglio sui mezzi di comunicazione tradizionali – come è successo in Iran e a Burma, dove sono stati decisivi per la sopravvivenza dei movimenti democratici – dall’altro è palese che possono essere utilizzati impropriamente con altrettanto successo.

Il modo in cui l’estremismo ideologico dilaga nelle reti sociali rimane, tuttavia, un enigma. Forse la radicalizzazione cibernetica è, per gli estremisti, una strategia più sicura, più veloce e di maggior successo e – malgrado i gruppi presenti sui social network sembrano mancare di tessuti ideologici strutturati e concertati – tutti hanno in comune la stessa interpretazione estremistica dell’Islam e il suo utilizzo retorico per attrarre giovani musulmani.

Salmaan-taseer-image-EPA-640x480.jpgSi ritiene che il coinvolgimento in atti violenti debba essere preceduto da un prolungato processo di “socializzazione”, durante il quale la percezione del proprio interesse diminuisce, a favore di un’aumentata fedeltà al gruppo e di un maggior legame personale tra i membri. È chiaro, quindi come network sociali come Facebook offrano una grande opportunità di socializzazione all’interno di circoli estremisti.

Oggi per combattere e prevenire la minaccia del terrorismo e dell’estremismo ideologico, il ciberspazio è importante quanto il mondo reale: i terroristi e i loro sostenitori usano già la Rete per la loro propaganda, per raccogliere fondi, per trovare fornitori e per pianificare e preparare le loro operazioni.

Gli organi di governo e i loro partner nel settore privato devono collaborare per ostacolare l’utilizzo di questi mezzi da parte di organizzazioni radicali: in mancanza di una presa di posizione responsabile, i terroristi e gli estremisti potranno sfruttare Facebook per dividere, invece che per unire le comunità etniche e religiose.

Il potere di Facebook

jihad.2.jpgI siti di social network hanno un’enorme influenza, legata, ovviamente, al numero di partecipanti che aderiscono alla rete. Solo Facebook, a luglio 2010, contava 500 milioni di utenti attivi nel mondo: in Asia sta velocemente diventando uno dei network di riferimento, con una rete di 59,6 milioni di utenti, dei quali 1.803.860 in Pakistan.

Con 43 lingue attive e 60 altre in arrivo, Facebook si accinge a diventare il più grande social network al mondo, ma non è il solo strumento usato dai “cyber radicals”: anche altri network, come Twitter, YouTube, e MySpace giocano ruoli fondamentali. Le reti sociali sembrano essere il mezzo preferito da una nuova classe di estremisti, che mirano a coltivare una nuova cultura della jihad approfittando dei vantaggi offerti dalla tecnologia. I loro obiettivi sono i giovani musulmani asiatici e le loro controparti nelle comunità emigrate negli Stati Uniti, in Europa e in Australia.

Quanto accaduto in Pakistan dopo l’omicidio del governatore del Punjab deve essere un monito: il mondo non deve sottovalutare la minaccia del rapido processo di radicalizzazione che passa attraverso i social network. Monitorare e valutare i rischi potenziali su queste piattaforme è estremamente difficile per una serie di motivi: l’enorme dimensione delle reti, una base di utenti linguisticamente e culturalmente diversi e, soprattutto, la mancanza di verifiche delle informazioni biografiche fornite dagli utenti.

Una ricerca approfondita sulle reti sociali e sul loro funzionamento potrebbe rivelarsi molto utile per demistificare la sociologia della radicalizzazione all’interno delle comunità asiatiche musulmane e fornire nel contempo gli strumenti adatti a capire i meccanismi dietro alla “Facebook jihad”, così da poterla prevenire con lungimiranza e con lucidità.


La Jihad islamica nei social network di LuisB

Approfondimento

Wikipedia: La Jihad powered by Virgilio Sapere

Scritto: da Luis Batista




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I social network e il fenomeno della “Facebook Jihad”ultima modifica: 2011-03-29T19:35:00+02:00da bellefotoblog
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