Dopo Egitto e Tunisia, ora è il turno dell’Iran?

greenposter.jpgI manifestanti sono scesi in piazza, sono stanchi di un regime sclerotico e dispotico, che reagisce utilizzando i propri bulli per picchiare la gente e arrestare i leader. I manifestanti, però, sono coraggiosi e continuano le loro proteste, chiedendo a gran voce la caduta del regime e l’inizio di un futuro democratico. Abbiamo già letto questo copione, già visto queste scene e in Tunisia e in Egitto, almeno finora, la conclusione è stata a lieto fine.

610x5.jpgMolti osservatori americani guardano al detestato regime di Teheran come al prossimo candidato alla ribellione popolare, partendo dal presupposto che – prima di quest’ultima ondata di proteste nel Medio Oriente – il governo iraniano era già stato lungamente contestato per le attività illecite legate alle elezioni del 2009 e che, di conseguenza, il malcontento probabilmente stia già sobbollendo sotto la superficie.

In Iran, tuttavia, lo scenario è ben più opprimente e le chance di una rivoluzione molto minori.

Ironicamente, la forza delle correnti democratiche iraniane – soprannominate “il Movimento Verde” – e il loro successo nella grande mobilitazione del 2009, potrebbe rivelarsi il loro punto debole, perché il regime al potere, contrariamente ai vicini arabi, non si fece sorprendere quando la gente scese in strada e, come in passato, non esiterà sicuramente a usare tutta la forza necessaria per mantenere il controllo del potere.

Certo, si disse lo stesso di Ben Ali e di Mubarak, ma le forze militari iraniane sono molto più vicine al governo, che non in Tunisia e in Egitto. Ma c’è di più: le forze militari in essere nel paese che una volta si chiamava Persia, sono due e una di queste – i Corpi di Guardia della Repubblica Islamica (IRGC) – ha come scopo primario e principale quello di preservare il regime dai suoi nemici, inclusi quelli locali.

Molti ex-capi della IRGC, infatti, occupano oggi posizioni chiave politiche e economiche nel governo del polemico presidente Mahmoud Ahmadinejad: entrambe le forze militari iraniane, quindi, sono pronte a fronteggiare eventuali disordini.

3638718021_4e94aa0138_o.jpgNel 1990, la Repubblica Islamica fu spiazzata quando la popolazione insorse, dando voce alla propria rabbia per le scadenti condizioni economiche del paese, per il disagio politico e per l’imperante corruzione del governo. Il regime religioso, allora, utilizzò le forze armate per sedare le proteste scoprendo, indispettito, che i soldati esitavano a premere il grilletto contro i propri connazionali. Da quell’esperienza, i politici trassero una preziosa lezione: crearono unità speciali militari e di polizia per il controllo delle folle, assicurandosi che la loro lealtà fosse sempre riservata alle forze al governo e non al popolo iraniano.

Ben Ali e Mubarak hanno scoperto l’utilità di questo tipo di unità speciali troppo tardi. Inoltre, i despoti nordafricani dirigevano lo spettacolo con il sostegno di una piccola corte di familiari e di lacchè. In Iran, la leadership è molto più vasta.

Il Leader Supremo, Ali Khamenei e Ahmadinejad sono spesso criticati, sia dal popolo che dai rappresentanti dell’elite politica, non godono del totale appoggio della classe dirigente, tuttavia è facile supporre che, di fronte ad una protesta popolare, queste critiche sarebbero rapidamente accantonate. I dimostranti, infatti, sono visti come illegittimi e manovrati dall’Occidente. E mentre i dirigenti iraniani eviterebbero sicuramente l’orrore che implica la scelta di sparare a centinaia di protestanti, preferirebbero sicuramente unirsi in un corpo unico piuttosto che rischiare di essere fatti a pezzi.

L’amministrazione Obama è piuttosto audace – ma potrebbe esserlo molto di più – nelle sue richieste di un drammatico cambiamento in Iran: Teheran è un nemico e gli USA hanno ben poca influenza nel paese. Occorre inoltre, tristemente, prendere atto di come l’aver fallito nel fermare il programma nucleare iraniano abbia reso Ahmadinejad più arrogante e sfrontato.

3629022020_de80754a63_z.jpgGli sforzi per trovare un dialogo con Teheran non hanno portato alcun frutto, quindi non c’è molto da perdere, se le distanze dovessero aumentare. Politicamente, Barak Obama può solo trarre beneficio dall’ergersi a campione della democrazia contro l’odiato regime – cosa che lo aiuterebbe anche a deflettere le critiche ricevute per aver tardato il proprio sostegno ai manifestanti di Tahrir Square.

È un dato certo, però, che le richieste di democrazia in Iran potrebbero produrre risultati ambivalenti: da un lato dare risalto agli sforzi pro-democratici può aumentare l’importanza dei manifestanti ed alzare così il costo politico e diplomatico di una reazione troppo severa nei loro confronti. D’altro canto, il palese sostegno degli USA, autorizzerebbe i più reazionari a ritenere le proteste fomentate dagli americani, rendendo giustificata, ai loro occhi, una reazione più severa e rendendoli, quindi, più inclini a premere il grilletto.


Proteste e repressione a Teheran
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Scritto: da Luis Batista




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Dopo Egitto e Tunisia, ora è il turno dell’Iran?ultima modifica: 2011-02-22T19:55:00+01:00da bellefotoblog
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