Lo Yemen, una polveriera in attesa di esplodere?

0127-world-oyemenprotest_full_600.jpgGli scontri che proseguono da giorni, ormai, in Yemen sembrano forieri di una secessione e non solo alla fuga del presidente, come è successo, invece, in Tunisia e in Egitto.

Un po’ di storia, per capire meglio. La repubblica dello Yemen è stata fondata il 22 maggio 1990, quando il Nord e il Sud Yemen, in seguito a una serie di conflitti e alle successive negoziazioni, hanno deciso di unificarsi in un solo stato. Al tenente generale Ali Abdullah Saleh, presidente dello Yemen del Nord dal 1978, fu affidata la presidenza della nuova nazione alla costituzione e ne detiene ancora la carica. Il suo governo, oppressivo e corrotto, ha condotto la giovane nazione alla rovina e al disordine. Le due parti ripresero le ostilità nel 1994, solo pochi anni dopo l’unione, e le relazioni tra i due popoli sono tuttora instabili. Prima dell’unificazione del ’90, lo Yemen del Sud era conosciuto come la “Repubblica Democratica dello Yemen”, ed era guidato da un governo socialista, mentre la direzione politica del Nord era assai più conservatrice.

Yemeni-anti-government-protest.jpgQuesto spiega, in parte, il motivo per il quale i “meridionali” – in particolare la maggioranza dei giovani – ritengano che un governo socialista sarebbe meglio per il popolo poiché fornirebbe maggiori benefici sociali ed economici di quelli che può fornire la tradizionale autocrazia tribale che governava il nord prima. Inoltre i sud-yemeniti ritengono che i loro connazionali del Nord sfruttino il loro potere politico per accaparrarsi i rari benefici economici e le poche posizioni disponibili e gli osservatori esterni sembrano concordare, come conferma il reportage del Financial Times del 13 gennaio scorso.

“Gli analisti sostengono che le frequenti lamentele riguardo al fatto che le poche posizioni esistenti nei ruoli di governo siano lottizzate e occupate dai settentrionali, politicamente meglio connessi, siano legittime” si legge nel rapporto. “Un’altra opinione popolare è che il Sud sia stato penalizzato per quanto riguarda le opportunità di investimento e di sviluppo, poiché promuovere un sud forte e prosperoso, non rientra negli interessi del governo, ben lieto, invece, di approfittare delle sue importanti risorse petrolifere.”

Non sorprende, quindi, che gli abitanti della ex Repubblica Democratica dello Yemen siano convinti che, oltre a non essere trattati in modo equo dal governo centrale, la loro ricchezza principale, il petrolio, venga indebitamente sottratta. E questo malumore è alla base delle crescenti richieste di secessione.

610x2.jpgÈ il movimento sudista, fondato nel 2007 per ottenere maggiori diritti per le provincie meridionali, a chiederla ora apertamente, ricevendo fortissimo supporto popolare. Tuttavia è anche necessario ribadire che, in circostanze normali, le popolazioni del sud non avrebbero necessariamente più interesse alla separazione dei connazionali: se il corrotto e anti-islamico regime di Saleh, fosse rimosso dal potere e gli interventi americani fermati, il percorso verso la secessione verrebbe certamente indebolito.

Sono molti gli yemeniti pronti alla “jihad”: desiderano scalzare l’attuale regime laico e sostituirlo con uno religioso. E ci sono stati molti attacchi da parte di gruppi islamici alle presenze americane nella regione, come nel 2009, ad esempio, quando il tentativo di attaccare un aereo passeggeri americano è stato sventato all’ultimo momento. Da allora gli Stati Uniti hanno aumentato gli aiuti militari al governo yemenita, portandoli dai 70 milioni di dollari annui agli attuali 250 milioni.

Il presidente Obama insiste che un intervento militare in Yemen sia fuori discussione, tuttavia unità militari e paramilitari finanziate dagli Stati Uniti si occupano di ostacolare gli attivisti islamici nelle aree in cui la presenza governativa è minima, come nelle provincie di Abyan, Shabwa e Ma’rib, fulcro di queste attività.

Il coinvolgimento delle forze militari americane nella guerra contro al-Qaeda in Yemen è stato reso noto con la pubblicazione su WikiLeaks dei messaggi diplomatici americani, dai quali emerge chiaramente l’approvazione del presidente Saleh alle incursioni aeree in Yemen.

610x4.jpgLe conseguenze di queste rivelazioni hanno messo in allarme l’amministrazione Obama, creando le condizioni, quindi, per una visita ufficiale da parte del Segretario di Stato Hillary Clinton, che lo scorso 11 gennaio, si è recata a Sanaa – la prima visita di un Segretario di Stato americano in Yemen in oltre vent’anni! – per cercare di calmare le acque. Con l’occasione, la Clinton ha sfruttato la condizione yemenita di nazione più povera del Medio Oriente, per affermare che, per combattere i sostenitori della jihad, sia necessario ben più che il solo sostegno militare ed ha enfatizzato “l’urgenza di riforme politiche ed economiche”.

La maggioranza degli yemeniti, tuttavia, sembra poco propensa a credere che ci sia una seria possibilità che gli Stati Uniti possano sostenere serie riforme politiche ed economiche nel loro paese, convinti, come sono, che gli USA siano determinati a mantenere al potere Saleh e a contenere i gruppi islamici. Pochi, infatti, dubitano che sia il sostegno politico, economico e militare di Washington a mantenere al potere un regime corrotto e odiato e questa idea contribuisce ad alimentare l’instabilità che potrebbe condurre alla secessione.

È palese, invece, che l’intervento americano abbia come fine principale il contenimento delle organizzazioni islamiche e dei loro leader, al fine evitare che possano assumere ruoli pubblici di rilievo, anche se le stesse potrebbero avere le qualifiche necessarie e la capacità di garantire una transizione pulita e pacifica. Questa intransigenza nel proteggere i governi laici nel Medio Oriente spiega anche il motivo per cui molte aree della regione sono governate da regimi corrotti e dispotici, preoccupati, oggi della prospettiva di un futuro analogo a quello dei despoti di Tunisia e Egitto. Va da sé, quindi, che questi non abbiano alcun interesse ad agevolare – o anche solo a auspicare – un cambiamento nel sistema politico e dirigenziale yemenita.

610x5.jpgUn altro evento che attesta le differenze nel modo di reagire a questa nuova situazione tra le province nord e sud, è ciò che sta accadendo negli ultimi giorni, innescato dalle proteste iniziate lo scorso 20 gennaio, quando migliaia di manifestanti sono scesi in strada a Taiz, nello Yemen del sud, per contestare le insignificanti riforme proposte da Ali Abdullah Saleh oltre alla corruzione dilagante, all’alta disoccupazione e all’assenza di diritti di base.

Si ritiene che, alla luce dei recenti avvenimenti in Nord Africa, entrambi i poli al governo dovranno affrontare la questione di come al-Nahda, l’oppresso movimento islamico, sia emerso dal panorama di sfondo e stia ricevendo enorme sostegno popolare e di come la sua importanza, oggi, sia tale da far ritenere che sarebbe in grado di vincere qualsiasi libera elezione. E questo spiega anche l’annuncio del suo leader, Rachid Ghannouchi, che da anni vive, esiliato, a Londra, di un suo ritorno in patria non appena potrà essere al sicuro dal rischio del carcere a vita.

Questi sviluppi possono quindi incoraggiare i sostenitori dei gruppi islamici a uscire allo scoperto e a opporsi pubblicamente alla possibilità di un altro regime laico, senza essere avviliti dal forte supporto che questo otterrebbe, invece, dai media e dai governi occidentali.

t1larg.yemen.afp.gi.jpgÈ per questo motivo che sarebbe opportuno, ora, il sostegno di altri gruppi islamici, in particolar modo in considerazione del fatto che buona parte delle nazioni musulmane hanno governi e sistemi politici laici, tuttavia questo, forse, spiega anche perché la Conferenza della Lega Araba, che recentemente si è occupata degli avvenimenti in Tunisia e in Egitto e dei loro effetti sui paesi del Medio Oriente, sembra essersi “dimenticata” di affrontare il tema del rischio di secessione in Yemen.

Una nota davvero molto interessante, alla luce di una società conservatrice nella quale le donne sono considerate cittadini di serie B, e che assume, quindi, un significato profondo anche di rivincita femminile, oltre che di richiesta di riforme democratiche, si osserva nel fatto che, nelle ultime settimane, a guidare le proteste di diverse migliaia di persone nel centro della capitale Sana’a, scandendo slogan contro il presidente yemenita e al grido di “Guardate all’Egitto, vinceremo!” è Tawakkol Karman, una giovane attivista di 32 anni, madre di tre figli.


“Egitto, ieri. Yemen, oggi”
Caricato da LuisB

Approfodimento

Wikipedia: Repubblica Unita dello Yemen Powered by Virgilio Sapere

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Scritto: da Luis Batista



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Lo Yemen, una polveriera in attesa di esplodere?ultima modifica: 2011-02-15T19:22:00+01:00da bellefotoblog
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