L’enigma sublime di Angkor

CAMBODIA-10031.jpgAngkor è uno di quei posti al mondo che tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella loro vita. Se il mondo antico avesse conosciuto Angkor, l’avrebbe sicuramente inclusa nella lista delle sette meraviglie del mondo. E il fatto che non sia stata inclusa nella nuova lista, compilata – nel 2007 – dall’astuta “New 7 Wonders Foundation” sulla base di un sondaggio Internet, è probabilmente da ricercarsi tra i suoi principali estimatori, i monaci buddisti, probabilmente in più filosofiche faccende affaccendati che non nell’attività di “spingere” la città in graduatoria a furia di click su un sito web il cui obiettivo finale era, palesemente, quello di arricchirsi, offrendo la possibilità di voti multipli a pagamento.

RIMG0253.JPGAngkor, con due milioni di turisti ogni anno, è una delle località più visitate al mondo. È anche, da secoli, un luogo sacro di pellegrinaggio buddista.

Si potrebbe pensare che almeno il popolo cambogiano – buddista al 90% – abbia del luogo una conoscenza intima, profonda, una percezione diversa da quella che possono avere gli esperti d’arte khmer o i turisti che la visitano, sperando di impossessarsi di un po’ della magia che impregna il luogo.

La località è, e resta, un enigma: già dall’aeroporto di Siem Réap, si viene avvolti da un turbinio di manifesti, di cartelli, di fotografie giganti, di nomi di ristoranti e di hotel che riecheggiano: “Angkor… Angkor…”. Appena il tempo di respirare e, hop, su un tuk-tuk si viaggia verso la fonte originale del richiamo… Sul posto, guida alla mano, a volte accompagnati da una guida locale, i visitatori sciamano da un tempio all’altro, scattando fotografie, divisi tra ammirazione ed incomprensione. Poi si torna a casa, soddisfatti di essere finalmente tra coloro che “hanno visto Angkor”. Rimane tuttavia una vaga sensazione strana: quella di essere passati vicino a qualcosa e di non essere riusciti a coglierne l’essenza.

Sono tanti e diversi i personaggi, gli stili, le mentalità, le religioni, i sovrani megalomani che sono passati e vissuti tra le sue mura, che si sono mescolati ed amalgamati nella costruzione di quella che fu la capitale dell’impero khmer, fondata nel IX secolo e il cui potere crebbe fino a controllare – nel momento di maggior espansione, nel XIII secolo – una regione che comprendeva l’attuale Cambogia, la parte centrale della Tailandia, il sud del Laos e del Vietnam.

2009C7AF12B7EE28C6FCA5A2A5F3A5B3A1BCA5EBA5EFA5C3A5C820035.jpgL’essenza di Angkor è difficile da afferrare, tuttavia conserva le brillanti vestigia di una civiltà che ha saputo costruire sofisticati sistemi d’irrigazione e templi monumentali di eccezionale complessità architettonica e artistica, una civiltà che ha portato l’arte della scultura ad un punto di perfezione tale che, ancora oggi, è insuperata per bellezza, armonia e capacità di commuovere.

Forse è da qui che possiamo iniziare a captare quello che rende Angkor unica, misteriosa ed imperscrutabile, lasciando che la sensazione estetica ci invada e ci attraversi, in modo analogo a quanto esprime Baudelaire (poeta, scrittore, critico letterario e traduttore francese, considerato uno dei più celebri e importanti poeti del XIX secolo), che non aveva mai visto Angkor, ma che aveva una sensibilità ed una immaginazione tali da riconoscere ciò che contraddistingue un capolavoro dell’umanità e cioè il suo essere natura trasfigurata dall’uomo: “La natura è un tempio dove pilastri vivi lasciano a volte uscire parole confuse. L’uomo vi passa, attraverso foreste di simboli che lo osservano con sguardi familiari”.

Non v’è descrizione più sensibile di Angkor che questa quartina. Per comprendere, o piuttosto per “sentire” ciò di cui parla il poeta, occorre lasciarsi incantare; esaminare i cammini che conducono alla località, aprirsi un passaggio tra le radici dei banian (albero che si trova nei paesi orientali, con una caratteristica unica; i rami scendono in basso fino a toccare terra dove tornano a essere radici e a far crescere un altro tronco i quali rami di nuovo scenderanno in basso e diventeranno radici e così via), salire le scale di pietra, percorrere le sale decorate di sculture, scivolare tra labirinti di passaggi stretti e incurvati, decorati da bassorilievi e da strani disegni, prestare l’orecchio, infine, alle grida delle scimmie… poi fermarsi dinanzi alla figura di un’apsara sorridente – la raffigurazione di giovani donne, belle, eleganti, esperte esoteriche dell’arte della danza – le cui mani, braccia e gambe disegnano nell’aria graziosi arabeschi che formano una danza tanto elegante quanto fuori da ogni tempo.

Una città complessa

Picture 073.jpgMa c’è di più in Angkor che non solo un’impressione estetica. È una città complessa, costruita da sovrani che hanno mantenuto ed esteso il loro potere grazie ad un sistema basato sulla sovranità assoluta di una classe privilegiata su un popolo ridotto, a tutti gli effetti, ad una forma di schiavitù.

Si ritiene che fossero più di 80.000 le persone necessarie per gestire, nel XIII secolo, solo la rete idraulica del tempio Ta Phrom, per consentire al sovrano di rimanere “associato” al Dio benefattore, distributore di buone raccolte, e consentire così all’impero di crescere e consolidarsi.

Tutto questo è svanito rapidamente, a partire dal XIII secolo. Sono numerose le ipotesi avanzate per spiegare questa repentina scomparsa, ma si crede che la diffusione del buddismo theravada (letteralmente “la scuola degli anziani”) fra il popolazione abbia svolto un ruolo importante.

Secondo questa dottrina, l’introspezione deve essere frutto dell’esperienza, dell’investigazione critica e della ragione applicata di chi la pratica, piuttosto che della fede cieca, poiché si tratta di una ricerca individuale, che richiede di lasciare le vicende del mondo quotidiano per vivere l’esistenza ascetica dei monaci. Una filosofia che traeva le basi dall’impero stesso, che, invece, necessitava, per poter sopravvivere, che il popolo credesse in un destino collettivo.

IMG_0932.jpgMentre Angkor affondava nell’oblio, perdendo il proprio ruolo di capitale d’impero, un popolo intero ha continuato a vivere nella foresta, utilizzandone le pietre come simbolo di vita e i templi come luoghi di culto.

Una volta spente le luci di una civiltà sublime ma troppo presuntuosa, nella giungla scura lo spazio è stato riempito dalle attività di vita quotidiana.

E quando gli occidentali hanno “riscoperto” Angkor, alla fine del XIX secolo, hanno cercato di comprenderne l’essenza esplorandone il passato. Ma Angkor, per i buddisti, è sempre stata nel presente e la sua essenza rifugge definizioni.


Angkor Wat al tramonto
Caricato da LuisB

Approfondimento

Wikipedia: Angkor Powered by Virgilio Sapere

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Scritto: da Luis Batista



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L’enigma sublime di Angkorultima modifica: 2010-11-30T19:37:00+01:00da bellefotoblog
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