In Tailandia, i lavoratori birmani si ribellano

4978569632_5bf970eee0.jpgPer la giovane Eh Mon e per circa altri 900 lavoratori immigrati originari della Birmania, la paura e la sottomissione appartengono ormai al passato.

Eh Mon, infatti, è tra gli immigranti che, lo scorso settembre, hanno dichiarato sciopero nella fabbrica della Dechapanich Fishing Net Factory, Ltd, nella località tailandese di Khon Kaen (nord-est), dove si fabbricano reti da pesca. Le richieste degli scioperanti erano semplici ma forti: il salario minimo nazionale e la restituzione dei documenti confiscati abusivamente all’atto di firma del contratto di lavoro.

p8042080n2.jpgTutti appartengono alla prima ondata di immigrati legali, che, dopo una complessa procedura di verifica della nazionalità di origine (che si è completata il 28 febbraio 2010), sono riusciti ad ottenere dal governo tailandese un permesso di lavoro biennale. Questa vittoria giuridica, e la tutela che ne consegue, è costata moltissimo, sia economicamente sia emotivamente, soprattutto in virtù dell’enorme pressing messo in atto da alcuni circoli della società tailandese contrari all’ingresso di mano d’opera estera (specialmente se protetta da una legge sul lavoro). E purtroppo, dopo tutto l’iter burocratico e i sacrifici sostenuti, questi immigrati si sono ritrovati nelle stesse condizioni di prima: una retribuzione inferiore al minimo nazionale, addebiti assurdi per cose come vitto ed alloggio – anche senza usufruirne – e la confisca dei documenti ufficiali.

Ma una circostanza, occorsa nelle ultime settimane, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: molti degli immigrati, infatti, hanno scoperto sui loro passaporti fotografie di sconosciuti. Segnale evidente che gli stessi sono stati usati per compiere atti illegali, come il traffico di immigrati clandestini o, peggio ancora, traffico di prostitute.

431030695253580773f76e4056b91d44.jpgDi fronte a questa situazione, davvero inaccettabile, è scoppiata la rivolta. Mai prima, nel regno del Re Bhumibol Adulyadej, gli immigrati avevano smesso di lavorare così a lungo (un’intera settimana). Questa presa di posizione, da parte di una manodopera di solito sottomessa e flessibile, ha colto di sorpresa sia i datori di lavoro che le organizzazioni sindacali. E tutti si sono interrogati su come affrontare al meglio questo movimento di massa, generato dai lavoratori immigranti. La loro sconfitta ridurrebbe al nulla gli sforzi del governo centrale di Bangkok finalizzati a risolvere il problema dell’immigrazione clandestina (che include una parte consistente di traffico di esseri umani) attraverso una verifica della nazionalità e la consegna di un passaporto e di una licenza di lavoro.

Sono tra i 3 e i 4 milioni, i lavoratori immigrati che si troverebbero attualmente nel paese (di cui 80% d’origini birmana), tra loro solo 130.000 circa sono rimasti fino alla fine in questa azione di protesta. Ma, se non saranno loro garantiti diritti legali e sicurezza dell’occupazione, sarà difficile convincerne la maggioranza a regolarizzare la loro situazione.

Inizialmente, la direzione della Dechapanich sembrava avere avuto la meglio: i servizi dell’immigrazione hanno revocato i visti degli scioperanti e si preparavano ad espellerli. Tuttavia, di fronte all’azione giudiziaria dei difensori dei diritti dell’uomo e degli avvocati coinvolti, le autorità hanno finito per tornare sulle proprie posizioni e attivare nuovamente i visti degli scioperanti.

1310010_3_daf6_des-immigres-birmans-vivent-dans-un-camp-de.jpgLa loro vittoria sembrava di breve durata: al loro rientro in fabbrica, gli operai sono stati accolti da una serie di atti d’intimidazione. Forti, però, della legalità della loro posizione e del visto di lavoro biennale, i lavoratori hanno scelto di mantenere la linea dura, dimettendosi in blocco. Di fronte alla penuria generalizzata di manodopera immigrata ed economica – conseguenza della lotta contro l’immigrazione clandestina – altre fabbriche hanno subito accolto a braccia aperte gli esperti lavoratori della Dechapanich.

Così, per il momento, Eh Mon non è più in ansia per la sua situazione. “Ma la battaglia non è finita, ed occorre continuare a lottare per ottenere giustizia”.


Lavoratori birmani: il dramma
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Scritto: da Luis Batista



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In Tailandia, i lavoratori birmani si ribellanoultima modifica: 2010-11-09T17:04:00+01:00da bellefotoblog
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