“Rompere” alla giapponese

42-25301836.jpgStrano Giappone! Il Paese del Sol Levante ha appena messo a capo del governo un vecchio attivista di sinistra, militante instancabile delle associazioni di cittadini in gioventù ed in seguito crociato contro la statica nomenclatura burocratica dei funzionari governativi. L’esatto opposto dei suoi predecessori, patinati e condiscendenti verso le forze interne statali e parastatali.

DSC_0210.JPGIl neo Primo Ministro giapponese, Naoto Kan, già ministro delle finanze nel governo di Yukio Hatoyama, è un personaggio atipico. Il “cappello” che indossa, contemporaneamente a quello del presidente di partito e del capo di governo, è quello di “uomo comune”, uno che non è un erede della politica: una specie di plebeo fra la nobiltà governante giapponese.

Nella sfera politica, Natao Kan rompe le consuetudini. Nato in una famiglia del ceto medio, che non ha mai rincorso mandati elettivi, ha acquisito il suo rigore intellettuale con una formazione da ingegnere. Tuttavia, la militanza è nel suo DNA e sarà la chiave per il suo ingresso in politica, attraverso un “micro partito”, dissidente del partito socialista. L’uomo, molto schietto, guadagna la sua popolarità negli anni ’90, riconoscendo contro venti e maree la responsabilità dello Stato giapponese in un affare di sangue contaminato. È fondatore, nel 1998, del partito democratico giapponese (DPJ) accanto a Yukio Hatoyama.

Il suo atteggiamento provocatorio è visto con sospetto nell’ambito della classe politica, al punto che l’establishment ha recentemente manifestato preoccupazione all’idea di vedere questo “elettrone libero” accedere a incarichi più importanti.

42-18723889.jpgIl sistema politico giapponese, infatti, ha la peculiarità di prediligere, tradizionalmente, i parlamentari e i futuri dirigenti discendenti da ex-ministri. Yukio Hatoyama, ad esempio, è nipote di un Primo Ministro e figlio di un ministro degli esteri, oltre che erede della dinastia industriale Bridgestone, leader mondiale del pneumatico, insieme a Michelin.

Prima di lui, Taro Aso era nipote di un Primo Ministro del dopo-guerra, da parte di madre, ed erede del gruppo industriale Aso Company da parte del padre, oltre ad appartenere all’aristocrazia giapponese e ad avere legami parentali con la famiglia imperiale. Yasuo Fukuda e Shinzo Abe, suoi predecessori nel 2007 e nel 2008, non hanno derogato a questa regola così come Junichiro Koizumi (2001-2006) – per citare solo i più recenti – era a sua volta erede di una dinastia presente sulla scena politica da due generazioni.

Lo statuto dinastico procede parallelamente ad una formazione universitaria di alto livello: tutti gli ex capi di governo sono usciti dalle più prestigiose università, a cominciare da quella di Tokio (Hatoyama), Waseda (Fukuda), Seikei (Abe), Gakushuin (Aso) o Keio (Koizumi), generalmente approfondendo le loro conoscenze con una formazione all’estero (Università di Londra per Koizumi, Stanford per Hatoyama ed Aso).

42-25326805.jpgUna volta installato al vertice dell’esecutivo, tuttavia, l’erede dinastico non ha le mani libere: la vita politica giapponese è predominata – o, per meglio dire, paralizzata – dalla ricerca sistematica del consenso nell’ambito delle varie fazioni che compongono il partito o, peggio, la coalizione governativa. L’altro problema con il quale si confrontano i Primi Ministri giapponesi viene dalla loro difficoltà a “forgiarsi” una statura nazionale. Usciti dai banchi del Parlamento, infatti, rimangono spesso focalizzati sul proprio distretto, dove vivono generalmente le loro mogli e dove si trovano i loro principali sostenitori e manifestano tutti molte difficoltà a prendere sufficiente distanza dall’ambito locale per gestire gli affari dello Stato. Senza menzionare gli argomenti internazionali, dai quali sono, di solito, assenti.

Come sembra lontano il tempo di Junichiro Koizumi, il Primo Ministro, e leader del Partito Liberal Democratico (LDP), rimasto in carica per cinque anni (dal 26 aprile 2001  al 26 settembre 2006) e che ha così avuto il tempo necessario per lasciare il proprio segno e di dare avvio ad alcune importanti riforme (il fatto che la maggior parte di esse sia rimasta incompiuta è un’altra storia). L’essenziale, allora, era spostare i confini e distruggere gli arcaismi politici per dimostrare che il paese non fosse completamente statico e questo fan di Elvis Presley ha dato una scossa al suo paese, portandolo su una via diversa. Bisogna risalire a Yasuhiro Nakasone (1982-1987) per trovare qualcuno che ha lasciato prima di lui simile impronta sulla vita politica.

611x.jpgDal 2006, la macchina si è fermata, il soufflé si è sgonfiato. Cause principali: l’interruzione del dialogo con la popolazione e l’emersione di una reale impressione di generalizzata incompetenza. La sfida di Naoto Kan è quella di restituire fiducia. Non meno di quattro capi di governo sono usciti prematuramente dal Kantei, sede del Primo Ministro giapponese: Shinzo Abe, Yasuo Fukuda, Taro Aso e ovviamente Yukio Hatoyama, quest’ultimo portato al potere con un’enorme speranza di rinascita.

Naoto Kan non è portatore di nulla: è semplicemente il successore di Hatoyama. E quindi dovrà rapidamente convincere, definire una strategia chiara e riassicurare il suo popolo, se non vuole essere, anche lui, solo una meteora di paesaggio nei cieli giapponesi.

Scritto: da LuisB


 

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“Rompere” alla giapponeseultima modifica: 2010-06-08T00:00:00+02:00da bellefotoblog
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