L’acqua in India: una sfida sociale e geopolitica

w40_22725009.jpgPer quanto possa non piacere al settore “high-tech”, l’India resta soprattutto una “monsoon economy”, un’economia rurale dipendente dai monsoni che, ogni anno, colpiscono il paese. Nel 2009, una deludente stagione delle pioggie – la più debole dal 1972 – ha influito pesantemente sulla produzione agricola, obbligando le autorità a prevedere, per la prima volta da venti anni, la necessità di importazioni di riso nel 2010. La debolezza del monsone, parola che deriva dal persiano “manzin” che significa “stagione”, ha peggiorato la siccità endemica di alcune regioni: in Rajasthan, ad esempio, le autorità hanno dovuto decretare una riduzione del 36% delle terre coltivate a grano. Quanto al “aam admi” (l’uomo della strada), egli ha visto, nel 2009, aumentare, in media, di quasi il 20% il prezzo delle derrate di base (zucchero, riso, legumi freschi e secchi). I giornali informano i loro lettori ogni giorno dei prezzi alimentari e, a gennaio, il governo si è detto “seriamente preoccupato” da questa inflazione, che colpisce duramente i più poveri.

water_woman.jpgOltre che per l’agricoltura, l’acqua è un elemento chiave per tutta l’economia: la doppia crescita – economica e demografica – del paese, infatti, pesa molto sulle risorse naturali, e la pressione sulle riserve idriche diventa preoccupante. Un rapporto pubblicato nel novembre 2009 a Washington dall’organizzazione “2030 Water Resources Group” riguardante quattro paesi emergenti (India, Cina, Sudafrica e Brasile) ritiene che nel 2030, se nulla cambiasse, l’India potrebbe provvedere soltanto alla metà dei suoi fabbisogni di acqua.

In alcune regioni, infatti, le eccessive estrazioni per agricoltura, industria e vita quotidiana, hanno già condotto le falde freatiche sul bordo dell’esaurimento ed i monsoni capricciosi non bastano a ricaricarle: in molti stati del nord (Punjab, Haryana, Uttar Pradesh), l’indebolimento delle riserve sotterranee è ormai visibile anche dalle fotografie satellitari.

Anche lo stato delle acque di superficie è preoccupante: i fiumi possono anche essere considerati come divinità in India, tuttavia soffrono di prelievi sconsiderati e di inquinamenti industriali e domestici (rifiuti di fabbriche, fogne urbane, insetticidi…) che rendono una buona parte delle risorse fluviali improprie al consumo.

Questa situazione ha, ovviamente, conseguenze gravi sulla possibilità di accesso a un’acqua sana. Secondo l’organizzazione non governativa WaterAid, l’accesso all’acqua potabile della popolazione rurale, qualunque esso sia (rubinetti, pompe e pozzi di villaggio, fonti, prelievo in fiumi, serbatoi, canali…), ha subito un pesante declino, passando al 95% nel 2005 fino al 66% nel 2009. Nelle città, il 91% degli abitanti vi ha ancora accesso, ma al prezzo di un razionamento cronico. Nella maggior parte delle zone di New Delhi, i rubinetti distribuiscono acqua soltanto per un’ora al mattino ed una alla sera. I residenti che hanno i mezzi comprano l’acqua distribuita in autopompe, che conservano in cisterne, ma i più poveri, devono districarsi. A Bombay, capitale finanziaria del paese, il municipio ha dovuto, a fine 2009, limitare la distribuzione d’acqua a sei giorni la settimana. Situazione che non è stata vissuta senza disaccordi: il 3 dicembre 2009, una manifestazione popolare che protestava contro una prima misura di razionamento ha fatto un morto.

monsoon02-769169.jpgPer migliorare la distribuzione dell’acqua, l’India deve prima rinnovare una rete obsoleta, piena di fughe e di allacciamenti illegali, che fatica a star dietro alla crescita indisciplinata delle città. Il comune di Bombay ritiene che lo stato attuale della rete faccia perdere 700 milioni di litri d’acqua ogni giorno. Non ultimo, la gestione dell’acqua soffre anche per il frazionamento delle responsabilità tra organismi multipli nazionali, regionali e comunali.

Di fronte a queste incertezze, alcune municipalità hanno preso iniziative interessanti, come la raccolta d’acqua pluviale sui tetti a Chennai (ex-Madras). D’altra parte, la dinamica società civile indiana ha saputo, localmente, implementare alcune soluzioni creative: bacini di ritenzione delle piogge, risanamento attraverso la piantumazione, gestione economica dell’acqua per nucleo abitativo…

Ma la debolezza delle reti pubbliche urbane sono anche alla base delle fortune di privati: quelli per cui il risanamento e la distribuzione d’acqua costituiscono un mercato fiorente. La filiale indiana di Veolia si è così vista affidare la rete comunale di Nagpur (Maharashtra) ed ha rinnovato quelli delle città di Hubli e Dharwad (Karnataka).

La corsa verso l’oro blu delle industrie

cotton1.jpgSe la domanda agricola e domestica aumentano, l’India deve anche tenere conto della pressione delle industrie. Il rapporto del 2030 Water Resources Group rileva che se l’industria attinge attualmente il 16% delle riserve mondiali d’acqua (contro il 71% dell’agricoltura), questa percentuale dovrebbe raggiungere il 22% nel 2030. Lo sviluppo industriale, infatti, si accompagna ad un grande consumo d’acqua, in particolare in alcuni settori (centrali termiche, siderurgia, tessile, cartiere…).

In modo interessante, questo rapporto definisce le difficoltà d’accesso all’acqua come “un rischio evidente per lo sviluppo degli affari” e come “una minaccia economica principale”: un punto di vista molto orientato a favore dell’industria, il che non sorprende, se si considera che il 2030 Water Resources Group è finanziato da multinazionali come Coca-Cola, Nestlé, New Holland Agriculture e Syngenta, aziende interessate a sfruttare al massimo la disponibilità di acqua dei paesi emergenti.

In India, il gruppo svizzero Syngenta – la numero tre, al mondo, nella produzione di sementi – è presente sul mercato del cotone geneticamente modificato, piuttosto goloso di acqua, e la produttrice di macchinari agricoli New Holland Agriculture (gruppo Fiat) ha scommesso sullo sviluppo dell’agricoltura industriale.

Da parte loro, Nestlé Waters (19% del mercato mondiale delle acque imbottigliate) e Coca-Cola (9%) hanno massicciamente investito nel mercato indiano dell’acqua in bottiglia. Coca-Cola – che possiede più di 50 unità d’imbottigliamento in India – e la sua principale concorrente, Pepsi Cola, sono state vivamente criticate, perché, facendo man bassa su un bene pubblico che rivendono in piccole bottiglie, esauriscono falde freatiche vitali per la popolazione. La fabbrica Coca-Cola di Plachimada (Kerala), che raccoglieva ogni giorno 1,5 milione di litri d’acqua, ha così scatenato la rabbia dei contadini vicini, che, alla fine di quattro anni di resistenza (2002 – 2005), hanno ottenuto da un tribunale indiano la limitazione dei pompaggi (leggere Vandana Shiva, “Le donne del Kerala contro Coca-Cola”). La fabbrica è stata in seguito chiusa, poi trasferita … a qualche chilometro di distanza.

pak-monsoon-relief.jpgDa quest’episodio in poi, i movimenti popolari contro la confisca o l’inquinamento dell’acqua contro le industrie, indiane e straniere, si sono moltiplicati. Coca-Cola resta l’obiettivo di regolari proteste da parte degli agricoltori: l’ultima manifestazione ha avuto luogo il 30 novembre 2009 nella località di Mehdiganj, vicino a Varanasi (Uttar Pradesh). Nello stesso periodo, gli abitanti dell’Orissa hanno manifestato anche contro la cattiva gestione, da parte del governo locale, delle modalità di assegnazione delle terre – e dell’acqua che contengono – concesse a due progetti industriali: 1.600 ettari per un’unità di produzione del gruppo siderurgico sudcoreano Posco a Jagatsinghpur e 4.000 ettari per una fabbrica d’alluminio della britannica Vedanta a Puri (*1).

Nella città di Chhattisgarh, i residenti si sono mobilitati dopo che il governo locale ha concesso l’impiego esclusivo del fiume Sheonath alla ditta Radius Water Ltd: la costruzione di una diga destinata ad alimentare la zona industriale di Borai, infatti, ha seriamente limitato il loro accesso all’acqua potabile e all’irrigazione.

Questa privatizzazione “de facto” del bene comune alimenta una forte insoddisfazione rurale, in particolare, tra agli Adivasi (popolazioni tribali) che hanno spesso come unico possedimento l’acqua e le terre dove vivono. Da alcuni mesi, un braccio di ferro oppone ad esempio la tribù del Dongria Kondh al gruppo Vedanta per l’appropriazione della montagna di Nyamgiri (Orissa), ricca in bauxite. La battaglia per la preservazione di questo territorio sacro, dove si trovano le fonti di trenta fiumi, è fortemente emblematica dei conflitti che emergono tra popolazioni ed interessi industriali.

Concorrenza tra stati

73082095.jpgUn’altra ragione di crisi ricorrente riguarda la gestione dei bacini fluviali comuni a molti stati indiani. Quattro stati del Sud, il Karnataka, il Tamil Nadu, il Kerala e il Pondichéry, sono, ad esempio, in aperto conflitto da molti decenni sull’utilizzo delle acque del fiume Cauvery (Kaveri). Un’azione legale iniziata nel 1990 non ha ancora risolto questo litigio, regolarmente riportato a luce dalle manifestazioni e dalle sommosse degli agricoltori.

Nell’Andhra Pradesh, la divisione dell’acqua nell’ambito dei piani dello Stato centrale ha preso una piega più politica, diventando una delle argomentazioni avanzate dai separatisti del Telangana Rashtra Samithi (TRS) per trasformare Telangana in uno Stato a pieno titolo, il 29o dell’Unione indiana. Questa regione si lamenta da tempo, infatti, del suo ritardo economico, che viene attribuito in particolare alla mancanza d’irrigazione, a causa delle dighe – che datano dell’era britannica – che hanno comportato un’ingiusta divisione del corso dei fiumi Godavari e Krishna.

Il governo di New Delhi, cosciente di queste tensioni interne sull’acqua, deve tuttavia far fronte ad una sfida più ampia: lo sviluppo economico del paese, divoratore d’energia, lo costringe ad utilizzare al massimo le risorse fluviali del paese per soddisfare i fabbisogni di elettricità idraulica.

Concorrenza elettrica con la Cina

go2.wordpress.com.jpgLa maggior parte dei grandi fiumi che attraversano l’India, tuttavia, è transnazionale, cosa che costringe ad una co-gestione, a volte problematica, con i vicini (Pakistan, Nepal, Bhutan, Bangladesh, Cina). In questa diplomazia dell’acqua, le relazioni più complesse sono certamente quelle intrattenute con la Cina, riguardo ai fiumi Himalaiani.

I due paesi hanno necessità idriche gigantesche: devono sviluppare l’irrigazione dei campi per nutrire una popolazione che supera il miliardo di abitanti, rispondere alla sete consumistica della loro classe media emergente e soprattutto, sovvenire ai fabbisogni in acqua ed in energia idraulica che comporta la loro rapida industrializzazione. Di conseguenza i due giganti si sono lanciati in una politica di grandi dighe.

La Cina ha già sotto controllo la maggior parte dei fiumi che sorgono sulle terre tibetane. Da parte sua, New Delhi ha lanciato un vasto progetto di sistemazione idroelettrica del corso indiano del Brahmapoutra, fiume che prende la sua fonte in Tibet e percorre il Sud-Est della Cina prima di attraversare l’India ed il Bangladesh. Con questo progetto, spera di produrre, a termine, 50.328 megawatt (MW) d’elettricità, ed ha già lanciato una prima sezione di 20.000 MW nell’Arunachal Pradesh, con un consorzio composto dalla ditta pubblica National Hydroelectric Power Corporation (NHPC) e dai gruppi privati indiani Reliance Energy e Jindal Steel and Power (JSPL).

Ma la Cina sembra non starci. Per iniziare, prevede di deviare molti affluenti del Brahmapoutra per irrigare le regioni aride del Xinjiang e del Gansu e, nonostante le promesse di trasparenza sui fiumi comuni, (*2) Pechino non lascia filtrare alcuna informazione su questo progetto, aumentando smisuratamente la sfiducia delle autorità indiane, che temono innanzitutto che la deviazione indebolisca la capacità dei futuri impianti idroelettrici sul Brahmapoutra, e soprattutto, che attarverso queste deviazioni Pechino abbia il controllo sulla regolazione del corso indiano del fiume. Fattore aggravante: Arunachal Pradesh è una regione indiana di confine che Pechino rivendica, e, in questo contesto, le sfide legate alla divisione delle acque del Brahmapoutra non fanno che accentuare gli attriti tra i due paesi.

Con riserve sfruttate eccessivamente, una distribuzione disuguale e uno sviluppo industriale bulimico, l’acqua è diventata, per l’India, una sfida critica.

slum_and_dirty_river.jpgNel 2005, un rapporto della Banca mondiale prevedeva il “quasi-drenaggio” delle riserve idriche delle metropoli indiane verso il 2020. Il rapporto del 2030 Water Resources Group ritiene che la domanda in acqua delle città, delle famiglie e degli agricoltori indiani sia destinata a raddoppiare entro il 2030, e quella delle industrie a quadruplicare. Se tale scenario si dovesse realizzare, l’India dovrà prevedere un peggioramento dei disavanzi ed un esponenziale aumento delle rivalità attorno a questa risorsa ambita.

Lucidamente, l’ex ministro indiano delle risorse idriche Priyaranjan Das Munshi aveva già affermato nel 2006: “Non sono il ministro delle risorse d’acqua, ma il ministro dei conflitti per l’acqua”… Ma nei difficili arbitrati che si profilano, quale sarà il peso delle necessità delle popolazioni di fronte agli imperativi industriali?

Note

(*1) Gruppo metallurgico e minerario (29.000 lavoratori dipendenti), basato e quotato a Londra, presieduto dall’indiano milionario Anil Agarwal.

(*2) la Cina e l’India si sono messe d’accordo nel 2006 sulla costituzione di un gruppo di esperti incaricato di esaminare le sfide transfrontaliere dell’acqua. Una convenzione dell’ONU del 1997 stabilisce anche lo scambio d’informazioni sull’utilizzo dei fiumi comuni.

Approfondimento

Wikipedia: Repubblica dell’India. Powered by Virgilio Sapere

Scritto: da LuisB



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L’acqua in India: una sfida sociale e geopoliticaultima modifica: 2010-05-25T00:05:00+02:00da bellefotoblog
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