Giappone: l’alba di una nuova era politica

42-23199390.jpgDal Giappone “blasonato” degli anni ’80 (quando l’arcipelago avrebbe potuto comprare il mondo grazie alla forza dello Yen e che per questo era oggetto di fuoco incrociato da Stati Uniti ed Europa) all’addio (forzato) dei neoliberali che, ironizzavano riguardo ai loro stessi sforzi per liberarsi dai “dieci anni persi” a causa della recessione aperta dallo scoppio della bolla speculativa degli anni ’90, si prospetta ormai un Giappone in rivoluzione.

42-23215879.jpgLa perdita della maggioranza da parte del partito liberal-democratico (PLD) che ha monopolizzato il potere per più di mezzo secolo, segna indubbiamente una rottura nella storia politica del paese. Chiamarla rivoluzione forse è eccessivo: i democratici che arrivano al potere sono lontani dall’essere “rivoluzionari” o, tantomeno, dei pericolosi anticapitalisti visto che la maggior parte appartiene alla stessa matrice politica (liberale e conservatrice) degli uscenti. Quanto ai paralleli tra la transizione attuale e la confusione sociopolitica del restauro di Meiji (1868), che avrebbe poi fatto trasportato il Giappone nell’era moderna, o quella prodotta dalla sconfitta del 1945, sono – quantomeno – premature.

L’opinione pubblica, tuttavia, non sembra molto consapevole della trasformazione “abissale” che starebbe vivendo. Ingenua? Realistica? Chi può dire. In ogni caso, i Giapponesi hanno reagito freddamente al cambiamento di maggioranza e nessuna manifestazione d’entusiasmo ha segnato “il giudizio definitivo” del 30 agosto 2009.

A credere ai sondaggi, si tratta solo di aspettative “misurate”: “riviviamo l’esperienza della malinconia che prova il bambino che si avvicina dell’età adulta”, scrive il romanziere Ryu Murakami, stigmatizzando così quel poco d’illusione intrattenuta dai suoi compatrioti riguardo la politica.

Sono numerosi i giapponesi scettici riguardo alle capacità dei democratici di mantenere le promesse fatte: desiderano il rinnovamento dei meccanismi che regolano la loro democrazia e, con il loro voto, hanno dato consistenza alle loro intenzioni ed iniziato un processo di sviluppo, ma sono anche consapevoli che il percorso sarà lungo e tortuoso e che passerà, probabilmente, attraverso nuovi allineamenti politici.

42-23736034.jpgNella perdita di potere del PLD (al di la delle proiezioni “immaginarie”) c’è indubbiamente ben più che una semplice alternanza… non fosse altro perché di alternanze, in cinquanta anni, non ce ne sono mai state. Le elezioni del 30 agosto 2009 hanno messo fine alla sovranità di un partito, ma anche a un sistema di potere basato sulla collusione consolidata del potere politico con la burocrazia e “il mondo dei possedenti”.

Questo sistema, detto “del 1955” (anno di creazione del PLD), aveva per tessuto di fondo la guerra fredda – nella quale il Giappone era la roccaforte avanzata degli Stati Uniti in nel quadrante Asia/Pacifico – ed un’espansione economica fulminante, cominciata all’inizio degli anni 1960 ed accompagnata dalla ridistribuzione delle ricchezze. Quest’onda politica ha avuto un riflusso negli anni ’90, ma, senza soluzione di continuità, la PLD ha resistito ed è rimasta saldamente al potere. Ci sono voluti quasi vent’anni perché si costituisse una forza politica alternativa.

I democratici sembrano avere una maggior consapevolezza del passaggio del tempo e delle sue conseguenze. La società giapponese è cambiata più profondamente della sua classe politica: gli interessi si sono ampliati e differenziati, gli individui si sono emancipati e sono oggi meno dipendenti dai gruppi ai quali appartengono, come testimonia la proliferazione di piccole organizzazioni non governative. E, non ultimo, le dinamiche sociali si sono evolute, rendendo la società più “irregolare” ed eterogenea.

Al comando, il partito democratico dovrà impostare un nuovo sistema di gestione del potere. La prima riforma consisterà nel rafforzare l’esecutivo e restituirgli autorità, senza cadere nella “trappola” populista in cui gli “haro”, politici di lungo corso, hanno la meglio sui burocrati che avrebbero, a loro opinione, “usurpato il potere decisionale degli eletti”.

“L’amministrazione” giapponese (l’oligarchia che governa) è potente: lo “stato moderno dell’era Meiji” si è consolidato prima della nascita della nazione. Solo in seguito sono apparse le strutture tipiche delle democrazie: partiti, movimenti, organizzazioni politiche. La burocrazia, purgata solo in parte, è sopravvissuta all’occupazione americana ed è rimasta la forza solida alla base del paese, malgrado potenti moti di contestazione nel dopoguerra.

101063080.jpgIl motivo per il quale di recente l’amministrazione giapponese ha preso più iniziative si deve principalmente ricondurre alla sua collusione con la politica, ma anche all’indebolimento del PLD e all’incapacità dei suoi dirigenti a prendere decisioni e posizioni. Con 140 principianti sui suoi 308 deputati (che implicano un salutare cambiamento generazionale) i democratici saranno costretti ad affidarsi alle competenza di una burocrazia che ha si fatto la prosperità del paese, ma che non è affatto libera da colpevoli mancanze di trasparenza.

Strumento di riforma del governo Hatoyama sarà “l’Ufficio della strategia nazionale”, che dipenderà direttamente dal primo ministro e la cui rete si estenderà alle amministrazioni attraverso la mediazione di un centinaio di parlamentari della maggioranza distaccati nei diversi ministeri per seguire i progetti elaborati dall’esecutivo. Iniziativa del cui successo  solo la prova dei fatti darà misura.

Un cambiamento di cultura politica è in corso. Ma, più delle istituzioni, sono gli uomini che contano: se i democratici possono contare su persone di valore, potranno riuscire… Altrimenti…

Scritto: da LuisB





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Giappone: l’alba di una nuova era politicaultima modifica: 2010-02-02T13:16:00+01:00da bellefotoblog
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