La saga del dragone cinese

42-22270390.jpgIl tasso di cambio praticato da una qualsiasi nazione non riguarda solo la nazione stessa, poiché ha conseguenze anche per i suoi partner commerciali. E questo è soprattutto vero per le grandi economie. È per questa ragione che, a prescindere dal fatto che questo piaccia o meno alla Cina, il regime di tasso di cambio diretto che la stessa mantiene in atto, suscita preoccupazioni più che legittime da parte dei suoi partner commerciali. Le esportazioni cinesi, infatti, superano ormai quelle di quasi tutti i paesi.

I cinesi, naturalmente, non apprezzano affatto le pressioni di cui sono oggetto: al termine di un vertice sino-europeo organizzato a inizio dicembre a Nanjing (Cina), Wen Jiabao, il primo ministro cinese, si è lamentato della richiesta fatta a Pechino di aumentare il valore dello yen, sottolineando in maniera inequivocabile che “alcuni paesi vogliono da un lato che lo yen si apprezzi, ma dall’altro adottano senza alcun scrupolo misure protezioniste nei confronti della Cina”. Jiabao ha ribadito che ciò è ingiusto, affermando che queste misure sono un ostacolo al proseguimento dello sviluppo della Cina e ripetendo il mantra tradizionale: “Manterremo la stabilità dello yen ad un livello ragionevole ed equilibrato”.

Quattro sono le osservazioni che possono essere mosse al primo ministro Wen.

610x.jpgInnanzitutto, qualunque cosa ne pensino i cinesi, il livello di protezionismo applicato alle loro esportazioni è stato incredibilmente benevolo se si considera l’ampiezza della recessione. In secondo luogo, mantenere il tasso di cambio a livelli bassi equivale, a tutti gli effetti, a sovvenzionare le esportazioni e a stabilire barriere doganali ad un tasso uniforme: tecnicamente anche questa è una forma di protezionismo. Terzo: mentre ha accumulato, solo nel corso del mese di settembre 2009, 2.273 miliardi di dollari (1.544 miliardi di euro) di riserve in divise estere (per lo più euro, dollari e yen) la Cina ha mantenuto il proprio tasso di cambio ad un livello di debolezza senza precedenti.

Ultimo punto: questa politica economica ha avuto come conseguenza diretta la “distorsione” sia dell’economia cinese che dell’economia mondiale: il tasso di cambio reale dello yen, ad esempio, non è oggi superiore a quello che era all’inizio del 1998 e, nel corso degli ultimi sette mesi, si è deprezzato del 12% mentre la Cina registra la più forte crescita al mondo e la più forte eccedenza di bilancio.

610x.jpgQueste politiche hanno conseguenze sia per la Cina che per il mondo? Certo che sì. Gli squilibri di bilancio – intollerabili, oltre che importanti – tra le grandi zone economiche rischiano di determinare, nell’enfasi, pericolose vulnerabilità in un buon numero di mercati. In questi ultimi anni, il sistema monetario internazionale non è riuscito a favorire l’adeguamento ordinato a tempo debito e quindi assistiamo oggi alla manifestazione del fallimento del sistema degli adeguamenti, imposti dai cambiamenti intervenuti nella competitività mondiale.

Ma, quest’ultimo fallimento ha avuto precedenti infelici, in particolare tra gli anni 1920 e 1930, con l’emergenza avvenuta negli Stati Uniti d’America e nuovamente negli anni 1960 e 1970, con l’entrata in scena dell’Europa e del Giappone. L’integrazione della Cina nell’economia della sfera globale rappresenta, già da sola, una scossa molto più grande per il sistema internazionale di quella prodotta dalla crescita della potenza degli Stati Uniti alla svolta del secolo scorso: il ruolo della Cina nel prodotto interno lordo (PIB) mondiale è aumentato più rapidamente e la sua economia è molto più aperta.

Oggi, inoltre, il regime di tasso di cambio praticato dalla Cina è molto diverso da quello delle altre grandi economie, ma non era così negli Stati Uniti quando raggiunsero il primo posto nell’economia mondiale: con le loro azioni, i Cinesi mettono in atto una manovra che gli consente di scaricare sugli altri paesi le difficoltà legate all’adeguamento necessario della loro politica economica e fiscale.

La Cina esercitava un’influenza “perturbatrice” già prima della recente crisi economico-finanziaria mondiale, ma in un periodo in cui la maggioranza dei paesi lotta per ritrovare il proprio equilibrio e superare il dopo-crisi, questo sistema rischia di peggiorare ulteriormente le cose. E questo è già successo in alcuni dei principali paesi, in particolare Canada, Giappone e nei paesi della zona euro, che hanno finora subito un importante apprezzamento delle loro valute. E non sono i soli.

1261020882724.jpgPurtroppo, com’è risaputo, due sono le categorie di paesi che rimangono insensibili alle pressioni esterne mirate a far cambiare le politiche che influiscono sugli squilibri finanziari mondiali: l’emittente della principale valuta mondiale e i paesi eccedentari. A questo occorre aggiungere che l’attuale vicolo cieco economico potrebbe prolungarsi a tempo indeterminato.

I pericoli che il perdurare di questa situazione può creare sono altrettanto ovvi: se, ad esempio, l’eccedenza del bilancio corrente della Cina dovesse di nuovo raggiungere il 10% del suo PIL, l’eccedenza cinese potrebbe ammontare, nel 2018, a circa 800 miliardi di dollari (al valore corrente). Chi sarà capace di assorbire tale somma? Le famiglie americane, come quelle della maggior parte dei paesi che registrano pesanti disavanzi nei loro conti, sono piegate dall’indebitamento: è il motivo per il quale anche i governi sono ormai, di fatto, mutuatari e come i singoli cittadini rischiano di trovarsi in difficoltà a sostenerne il peso.

Fortunatamente, adeguamenti a lungo termine sono nell’interesse di entrambe le parti. Come sottolinea una recente relazione della Camera di Commercio Europea in Cina, l’eccedenza esterna del paese è il sottoprodotto di una politica male accorta (“Overcapacity in China“). Così, il capitale è stato sottovalutato negli anni 2000, con un debole tasso di credito e una bassa imposizione fiscale per le imprese, mentre le monete sono state deliberatamente mantenute ad un prezzo eccessivo attraverso gli interventi sulle valute stesse. Il processo ha comportato un trasferimento del valore dalle famiglie verso l’industria.

610x.jpgCiò ha avuto come conseguenza l’aumento straordinario delle esportazioni e dell’industria pesante a forte coefficiente di capitale, ma ha, al contempo, generato una contrazione nel numero di posti di lavoro. Il reddito disponibile per le famiglie è crollato a una frazione trascurabile del PIL, mentre gli investimenti industriali, il risparmio e l’eccedenza di bilancio corrente sono saliti vertiginosamente. Se, da un lato, si è riusciti a sostenere la domanda, la risposta a breve termine ha portato ad una crisi basata su una forte espansione del credito e degli investimenti immobiliari che ha rafforzato queste tendenze, piuttosto che compensarle: un nuovo ciclo di enormi aumenti della capacità eccedentaria e dell’eccedenza del bilancio corrente sembra ormai inevitabile.

Cosa potrebbe succedere se i paesi deficitarii riducessero la propria spesa in relazione al proprio reddito, mentre i loro partner commerciali decidessero di mantenere la propria eccedenza di produzione rispetto al reddito e di esportarne la differenza? Risposta ovvia: una depressione. Che cosa avverrebbe se i paesi deficitarii sostenessero la propria domanda interna a colpi di massicci disavanzi di bilancio? Risposta altrettanto ovvia: un’ondata di crisi di bilancio.

Nessuna di queste ipotesi è accettabile: è necessario che si proceda speditamente ad un adeguamento concertato: senza una soluzione comune, l’istituzione di misure protezioniste da parte dei paesi deficitarii sarà inevitabile. Stiamo osservando un deragliamento al rallentatore: dobbiamo fermare il treno prima che sia troppo tardi e succeda l’irrimediabile.

Scritto: da LuisB





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La saga del dragone cineseultima modifica: 2010-01-12T13:55:00+01:00da bellefotoblog
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